Santuario di Maria SS.ma del Ruscello dei Donatori di Sangue

Santuario Madonna del Ruscello

Immagine principale

Descrizione

LE  ORIGINI DEL SANTUARIO
Le origini della chiesa Santa Maria del Ruscello risalgono al lontano 1604. A trecento metri dalla Roccaforte di Vallerano, al centro dei Monti Cimini, poco distante da Viterbo, vi era ai margini di un ruscello una piccola cappella con un affresco della Vergine ed il Bambino del 1400. Il tempo e le intemperie avevano reso quasi irriconoscibile la sacra immagine, tanto che venne incaricato dal parroco Don Vittore Petrucci il pittore Stefano Menicucci di restaurarla. Mentre il 5 luglio 1604 l’artista era intento nel ritocco della bocca, dalle labbra della Vergine sgorgò miracolosamente del sangue. Subito il vecchio arciprete Don Pietro Janni mandò un messo ad avvertire a CivitaCastellana il Vescovo, Mons. Andrea Longo che solerte venne a constatare il miracolo. Folle di fedeli accorsero e con le offerte raccolte l’8 marzo 1605 si diede inizio ai lavori per la costruzione del tempio. Sul luogo del miracolo giunsero anche iFarnese, duchi di Parma e Piacenza, signori di Vallerano, che lo avevano acquistato dalla Camera Apostolica nel 1536, diventando parte dello Stato del Duca di Parma, grazie al loro cardinale, Odoardo diedero un enorme contributo per l’edificazione del santuario.           
Un vero e proprio monumento architettonico, a circa 60 km. da Roma, si giunge nel paese dalla "strada romana", attuale Via Salita; sulla destra si scorge adagiata nel verde la bella costruzione che sorge proprio sul luogo del miracolo, immenso reliquiario alla venerata immagine mariana. Un vero gioiello d’arte d’inizio seicento, la pianta con i prospetti , la facciata e alcuni particolari ornamentali derivano dai disegni del celebre architetto Jacopo Barozzi da Vignola, 1507-1573 autore peraltro di tante realizzazioni artistiche dell’alto viterbese.
Lo stile che prevale è senza dubbi il barocco, non sontuoso, fatto d’ori e sfarzosi stucchi, ma di un genere snello, armonioso con un notevole influsso rinascimentale.
La pianta a croce latina ha la tipica partitura degli ambienti presente nelle chiese rinascimentali e poi barocche: un’unica navata centrale con sei laterali aperture ad arco, tre per lato, quattro adibite a cappelle, due di passaggio ad accessi secondari. La navata culmina con un transetto coperto nella parte centrale da una cupola tonda internamente, ottagonale nella parte esterna. Alle spalle dell’altare maggiore vi è uno spazio riservato al coro. Ogni ambiente è concluso in alto da ampie volte a botte.

LA FACCIATA
La facciata, imponente e grandiosa, si eleva su di un ampio piazzale fiancheggiato da numerose botteghe risalenti al secolo diciassettesimo costruite per soddisfare le esigenze dei mercanti in ricorrenza delle fiere che si tenevano presso il Santuario, e per sopperire alle necessità dei numerosi pellegrini. Essa è edificata quasi interamente in peperino grigio, materiale che abbonda nella zona, e mattoni di terra cotta; costa di due piani sovrapposti nel primo si apre un portale adorno di colonne ioniche e sormontato da un timpano spezzato, dentro il quale c’è un’edicola con un gruppo marmoreo bianco la Vergine con il Bambino del secolo XV. 
Ai lati del portale gli spazi sono scanditi da sei lesene terminanti con pregiati capitelli corinzi, ed eleganti fregi scultorei recanti cherubini e festoni di fiori e frutta, alternati ai gigli della famiglia Farnese. Sopra l’enorme cornicione s’innalza il secondo piano che ha nel mezzo un grande ed ornato finestrone, ai lati del quale vi sono quattro stemmi, uno della famiglia Farnese, uno raffigura San Vittore a cavallo, patrono del paese. Il piano decorato da lesene terminanti anch’esse con un sontuoso fregio che alterna ai capitelli corinzi festanti puttini alati, al centro la colomba simbolo dello Spirito Santo. Un enorme timpano conclude la facciata, al centro del quale sta l’Eterno Padre benedicente fra quattro putti. Il timpano si chiude con la croce anch’essa in peperino, ai margini invece stanno due candelieri.
Ai lati del secondo piano vi sono due ampi raccordi, su questi poggiano le statue dei santi Pietro e Paolo. La raffinatezza e la minuzia nei particolari dei numerosi rilievi ci portano a pensare che gli autori erano degli artisti notevoli e non scultori di provincia, sicuramente  operanti già nella vicina corte dei Farnese a Caprarola.

IL GRANDE PORTALE LIGNEO
La porta maggiore d’ingresso è chiusa da un pregevole portale, realizzato in legno di noce, diviso in numerose formelle lignee tutte decorate ad intaglio. Nei riquadri in alto è rappresentata in altorilievo l’Annunciazione con la Vergine a sinistra, e l’angelo dalla parte opposta, al centro vi è una Vergine assisa su un trono con il Bambino Gesù sulle ginocchia, nel riquadro accanto la scena della "visitazione". Negli ultimi due pannelli in basso, S. Andrea Apostolo titolare della chiesa collegiata, a destra S. Vittore a cavallo protettore di Vallerano.
I riquadri con le figure sono circondati da numerosi altri piccoli pannelli decorati all’interno con fregi floreali, cherubini maschere e gigli. L’autore è anonimo, ma si rivela un autentico artista nell’esecuzione accurata dell’opera, nel valore artistico delle figure e degli ornati.

LE CAPPELLE LATERALI
All’interno la navata è scanditaai lati da lesene terminanti con capitelli ionici in stucco, ornati da festoni di fiori e frutta; queste dividono gli spazi sui quali ampie arcate aprono l’accesso alle singole cappelle. Ogni cappella laterale è impreziosita da eleganti stucchi bianchi e dorati.
Cappella Paesani
La prima alla nostra destra è quella della famiglia Paesani.
Sull’altare vi è un dipinto ad olio su tela raffigurante al centro la Vergine con il Bambino, fiancheggiata da due santi; disposti poco più in basso, alle spalle della Madonna gruppi di putti e cherubini (sec. XVII).
La tela è collegabile alla pittura del Lanfranco, il dipinto ha ai lati due colonne con capitelli ionici, per un terzo decorate con motivi vegetali in stucco e sormontato da un timpano spezzato. Nel mezzo di questo, figura un rilievo con l’ultima cena; ai lati dell’altare due specchi anch’essi in stucco raffigurano uno Tobia, l’altro S. Sebastiano.
Nei riquadri della volta, altri stucchi, con la "Visitazione", l’"Assunta", e il Presepe. Internamente all’arco trovano posto invece i rilievi di quattro santi con al centro l’Eterno Padre. All’esterno dell’arcata, nelle due lesene, stucchi con foglie d’acanto oro su bianco, agli angoli degli angeli e al centro lo stemma della famiglia. Sopra l’altare sono presenti inoltre sei portacandele più una croce centrale del seicento, in legno dorato e argentato.
Cappella Janni
La cappella della famiglia del vecchio arciprete Don Pietro Janni, seconda sul lato destro, culmina come le altre con un altare in stucco elevato da colonne corinzie, concluso da un timpano spezzato con dipinta al centro un’incoronazione di spine.
Nel mezzo è collocato in una nicchia che segue la sua stessa forma un pregevole crocifisso di legno dipinto, sopra alla croce, esterni alla nicchia, stanno alcuni gruppi di cherubini e putti, mentre in basso, ai lati del Cristo, due angeli, sempre in legno, sostengono uno la colonna della flagellazione, l’altro un calice ed una scala, alla base altri putti anch’essi con simboli della passione.
Il Crocifisso in legno di tiglio con gli angeli di ottima fattura risalgono agli inizi del secolo XVII.
Gli stucchi, come nelle altre cappelle incorniciano i vari pannelli dipinti che occupano le pareti laterali e la volta; in questi spazi delle tele a tempera recano le immagini di alcuni santi. Fra questi riconosciamo S. Sebastiano, S. Gregorio, S. Barnaba, due santi pellegrini ed un vescovo e Santa Barbara. Altri episodi della passione di Cristo sono raffigurati nelle pareti più ampie. Sulla volta invece troviamo alcune pitture, probabilmente affreschi, al centro l’Eterno Padre con la sfera celeste; ai lati Gesù nell’orto degli ulivi e la sua flagellazione.
Cappella Marcucci
Dal lato opposto, la prima cappella a sinistra è quella dei Marcucci.
L’altare è realizzato interamente con più marmi policromi, questi nella base danno vita a preziosi intarsi geometrici. Nel mezzo è collocata una tela ad olio raffigurante l’Annunciazione dei primi del seicento. L’autore è Girolamo Troppa, 1637-1710 un artista versatile, per un primo periodo seguace di Giovan Battista Gaulli, ma che successivamente sviluppò un suo modo caratteristico di dipingere personalizzando le varie componenti della pittura tardo-barocca romana.
L’Angelo si presenta alla Vergine su delle nubi, indica il cielo e sorregge un giglio, la Madonna è assorta in ascolto; alle loro spalle altre nubi con angioletti festanti. In basso una graziosa natura morta con una cesta contenente materiale per il cucito.
Nella volta gli stucchi incorniciano tre scene dipinte, probabilmente a tempera, di cui solo il tondo centrale, con riconoscibile Dio padre, gli altri due pannelli sono quasi completamente deteriorati dal tempo.
Nelle pareti e sulle lesene dell’arco altri specchi recano le immagini di santi fra i quali riconosciamo S. Rocco e S. Vittore martire, quest’ultimo patrono del paese. Da notare anche qui i numerosi e raffinati giochi di stucchi che corrono attorno alle pitture.
Cappella Farnese
L’ultima cappella laterale, seconda a sinistra dedicata a Santa Barbara è la più prestigiosa,  più ricca, e appartiene alla famiglia Farnese.
Esternamente l’arco è ricchissimo di stucchi d’orati, due angeli musici indicano lo stemma gigliato della famiglia, che al centro fa da chiave di volta all’arcata. All’interno due colonne, per un terzo a tortili, terminanti con capitelli corinzi sorreggono un timpano spezzato che chiude l’altare. Al centro fra due angeli, è dipinta un’Annunciazione, sopra altri due angioletti sorreggono una corona. La pala d’altare è un prezioso dipinto ad olio su tela, attribuito a  Giovanni Lanfranco 1582-1647, che raffigura la Madonna Assunta in cielo. La Vergine è seduta sulle nubi portata in alto da angeli e puttini, ha lo sguardo rivolto alla luce divina, vestita con il tradizionale abito rosso e manto azzurro, in basso due santi, uno di questi, S. Giovanni evangelista, indica Maria, l’altra, S. Barbara, sembra caduta in estasi. Sia le pareti delle lesene che quelle interne alla cappella sono ornate da numerosi specchi con figure di santi e angeli, questi sono attorniati da minuziosi stucchi d’oro nei quali di frequente ricorre il giglio, emblema farnese. Nei tre pannelli della volta a botte sono dipinti altri episodi della vita di Maria, al centro l’Incoronazione, a sinistra la nascita, a destra la salita al cielo. Come nelle altre cappelle, anche qui compaiono sei candelieri ben conservati del secolo XVII.
Ogni cappella laterale della Chiesa, presenta una pregiata balaustra marmorea di buona fattura, ricca di intarsi marmorei e rilievi, quella dei Farnese è ornata da quattro sfere di marmo nero come le colonne dell’altare maggiore.

LA CANTORIA E L’ORGANO MONUMENTALE
Le pareti di fondo del transetto sono occupate da due cantorie identiche nel disegno su una di esse è stato montato l’Organo monumentale, sono poste l’una di fronte all’altro.
Risalgono agli inizi del XVII secolo, realizzati con differenti tipi di legno. Entrambi sono il risultato dei disegni dell’abile architetto francese “Channequiau”, pare siano suoi i disegni dei Portali della cattedrale parigina di Notre Dame. Gli esecutori dell’opera furono Alessandro Vibani e Giovan Battista Chiuccia (1643 - 1644), valenti intagliatori romani. La storia in breve
Nel 1563 si costituisce la Compagnia del Sacramento, ed il primo governatore eletto sarà Antonio Agostini e poi sempre degli Agostini, Curzio Giovanni, Don Lorenzo, Don Luigi in vari anni.
 Nel 1604 accadde il miracolo che darà luogo alla costruzione del Santuario. I confratelli nel 1611 espressero il proposito di costruire un grande organo, dal momento che nel 1635 la Confraternita  disponeva di cospicue entrate, decisero di affidare, con un contratto stipulato il 16 marzo 1635, al parmense  Giulio Cesare Burzi, notevolissimo organaro del tempo, la costruzione dello strumento, il costo sarà di 550 scudi. Mentre veniva ultimata la decorazione della cassa su disegno di un architetto francese con un fine intaglio raffigurante in facciata composta di cinque scomparti, quello centrale la Madonnacol bambino incoronata da due angeli, sormontata da un timpano triangolare col Padre Eterno con ai lati due angeli. Nel 1644 l’organo venne montato sopra la Cantoria, ben nove anni dopo la stipula del contratto.
I continui sussidi dati dalla Compagnia, il cui cappellano era Don Andrea Agostini, per la manutenzione dei vari organi delle chiese di Vallerano, erano dovuti al fatto che gli Agostini, parenti del celebre musicista Paolo allievo dei Nanino,  avevano una particolare sensibilità verso la musica.
Nel 1655 il maestro Giacomo Marchesi Aretino amplia di nuovo l’organo, che sarà poi quello suonato da Händel nel 1707 .
Nel volume di recente pubblicazione luglio 2007 una delle maggiori studiose di storia della musica e di Händel a livello internazionale,  Leo S. Olschki Editore “ Music and Meaning” Studies in Music History and the Neighbouring Disciplines, a pag 411 Ursula Kirkendale scrive:
   "Come sappiamo, nella terza parte del 'Salve Regina' l'organo ha una brillante parte, con accompagnamento dell'orchestra. Già Merrill Knapp riteneva poco probabile che questo potesse essere accaduto a Vignanello. Dava per scontato che fosse a Roma. Ma a poco più di un chilometro dal castello Ruspoli si trova la chiesa della Madonna del Ruscello di Vallerano, con uno splendido organo di Giulio Cesare Burzi, del 1635-44, di cui si dice che sarebbe il secondo in ordine di grandezza fra gli organi italiani. Certo quando Händel passò da Vignanello suonò questo strumento.”
 
Cosa molto probabile poiché per farsi conoscere soleva entrare, dice Francesco Valesio nel suo Diario di Roma, in qualsiasi chiesa e si metteva alla tastiera dell’Organo.
 
Il giovane compositore poco più che ventenne, arrivò in Italia  nell’autunno 1706 presso la corte di Firenze, poi nel gennaio 1707 si trasferì deluso dalla vita musicale fiorentina si trasferì a Roma regno delle corti cardinalizie e delle mille chiese entrando in contatto con alcuni artisti all’Accademia dell’Arcadia sotto l’impulso di influenti mecenati fra i quali in primo luogo Francesco Maria Ruspoli che lo ospitò a Vignanello dove trascorse gran parte dell’estate 1707 e per la festa di Sant’Antonio da Padova 13 giugno compose una sonata “Coelestis dum spirat aura” che il sabato 18 giugno di quell’anno attraverso i marchesi Ruspoli dai Farnese signori di Vallerano, le due famiglie avevano legami di parentela, ottenne di poter eseguire “Salve Regina”, in G minore per soprano solo, Margherita Durastanti, archi, organo concertante e basso continuo, nella chiesa Maria SS.ma del Ruscello.
 
Le vicende dell’Organo sui documenti della Confraternita presso l’Archivio di Stato di Viterbo, si interrompono per riprendere nel 1733 quando appare Lorenzo Alari, organaro romano, stipendiato con il compito di accordare lo strumento e di sottoporlo a revisione  ogni dodici anni, proprio nel 1752 rilevò che occorresse un restauro aggiungendo nuove canne di stagno perché quelle di piombo erano state rovinate dai topi.
Nel 1835 fu Luigi Priori a sottoporre lo strumento ad un ulteriore restauro finché la manutenzione venne affidata  al conterraneo Felice Ercoli dal 1846 al 1849 che fungeva anche da organista, che nel 1860 ricostruisce delle canne di legno e nel 1862 aggiunge un registro la Viola.
Infine nel 1864 i fratelli Priori famosi organari in Roma, terminano l’imponente lavoro di ricostruzione che darà come risultato un Organo monumentale che possiamo oggi solo ammirare perché è muto. 
La cassa armonica con lo schema suddivisione canne di facciata in 5 campate: 5,7,5,7,5 per un totale di 29 canne in stagno puro, le 5 centrali appartengono al Principale 16 e la
 più alta riporta la seguente scritta: “Priori fece 1864 – Priori Alfredo 1904 restauro”. La cassa che racchiude lo strumento è l’elemento funzionante indispensabile sotto il profilo acustico, non lo è la decorazione artistica qui sontuosa che caratterizza il prospetto ricchissimo di fregi scultorei, stemmi e angeli musici,  ben 17 perduti, otto per la Cantoria e otto per la balconata dell’Organo in un furto, uno della cassa.L’organo è sormontato da un timpano triangolare, al centro del quale sta benedicente l’Eterno Padre, con in mano la sfera celeste, ai margini due angeli assorti in preghiera, all’estremità centrale della croce. Più in basso quattro figure femminili spartiscono lo spazio in tre, in quello centrale compare incoronata la Vergine Maria volta di tre quarti, sulle ginocchia tiene il figlio benedicente; l’elegante figura è seduta sulle nubi,  sorrette da un bellissimo cherubino. Nei due riquadri ai lati di Maria stanno due decorati stemmi, uno è quello della famiglia Farnese. Scendendo, troviamo altri due stemmi, in uno è raffigurato S. Vittore a cavallo. Ai margini vi sono altri duescomparticoronati da tondeggianti timpani spezzati, al centro di questi stanno altri angioletti nell’atto di suonare, sotto numerosi volti di cherubini.

Ai lati del raffinato complesso ligneo spiccano due colonne tortili a decorazione di foglie e rose, culminando in alto con pregiati capitelli corinzi e angeli che suonano lunghe trombe; ai lati di esse vi sono due raccordi sui quali stanno altri angeli musici.
In basso la balaustra è composta da dodici pannelli decorati con intagli a traforo, più sotto,
invece, si alternano figure femminili che fungono da cariatidi, pannelli recanti cherubini, motivi vegetali e mascheroni. Pesanti medaglioni, anch’essi intagliati e ricchi di decori, sorreggono la pesante struttura.
È uno degli Organi Monumentali esistenti, a trasmissione meccanica non teme il confronto con quelli delle più note chiese di Roma. Un vero trionfo del barocco agile per nulla ampolloso, la sua linea e i suoi dettagli, la concezione dell’opera e la sua esecuzione sono di raffinata fattura.

L’ ALTARE MAGGIORE
Al centro del transetto svetta l’altare maggiore, custode della preziosa immagine della Madonna Santissima del Ruscello.
Terminato nel 1627 è del tutto simile a quello della chiesa romana di Santa Maria del Popolo a Roma. In realtà l’altare di questo tempio è largamente più imponente, ricco di marmi rari e preziosi alabastri, opera di bravi scultori romani primo fra tutti Domenico Marconi. Quattro colonne di marmo nero terminanti con capitelli corinzi in marmo bianco sostengono l’enorme timpano spezzato, al centro di questo sta questa iscrizione in latino:
 VIRGO  MIRIFICE  FLORENS  SUPER  VALLEOS  AQUARUM  RIVULOS
Tradotto liberamente suona così: "O Vergine che splendidamente rifulgi su valli e ruscelli d’acqua". Ai lati due figure marmoree indicano una scritta, fiancheggiate da due putti anch’essi in marmo bianco collocati poco più indietro. Nella parte alta sta, a conclusione un timpano più piccolo, abbinato, triangolare nella parte interna e tondeggiante in quella esterna, sopra ad esso una croce sorretta da due angioletti. Esso contiene le ossa di Sant’Anna martire donate nel 1673 al Santuario dal Vescovo Diocesano Mons. Altini.
Al centro altri rilievi marmorei circondano più marmi policromi che creano intarsi pregiati, uno di questi, quello nella parte alta, riproduce l’effige di S. Vittore a cavallo, più in basso la nicchia ad archetto contenente l’immagine della Madonna, è anch’essa circondata da tarsie marmoree raffiguranti i Gigli dei Farnese, sopra la nicchia c’è la scritta:
ADMIRABILIS  MATER
All’interno l’edicola è decorata da eleganti stucchi d’oro che terminano nella parte alta con una colomba, simbolo dello Spirito Santo.
La Vergine è raffigurata frontalmente seduta su di un trono, il manto blu le copre il capo ed il corpo, lasciando intravedere il vestito rosso ed un velo bianco che le scende dalla testa. Alla sua destra il bambino Gesù, in piedi, con un abito giallo; con una mano indica il tre alludendo alla Trinità, con l’altra tiene tre fiorellini bianchi. L’immagine è un frammento distaccato d’affresco, attribuito alla scuola laziale, lo si fa risalire al secolo XV. Sotto la nicchia un posticcio tabernacolo in sostituzione di uno in legno andato perduto, riprende nella forma e nel materiale l’intero altare, ai lati, pregiati marmi compongono altri intarsi geometrici che proseguono fino alla base. La struttura è fiancheggiata lateralmente da graziosi archetti che aprono l’accesso al coro retrostante, anch’essi interamente eseguiti con più marmi, decorati da fregi, culminano in alto con uno stemma principesco fiancheggiato da gigli farnesiani. Gli archetti laterali, come da foto d’epoca, costituivano l’abbellimento della porta dell’Organo e della Cantoria l’altare svettava così libera lasciando libera la vista al grande affresco del Vandi.
Posteriormente l’altare è ornato da numerosi stucchi d’oro e da un affresco raffigurante la visitazione di Maria a Elisabetta, opera del Menicucci, sopra l’affresco un’altra immagine di Maria che viene incoronata dal figlioletto che tiene fra le braccia, Maria e Gesù sono circondati da numerosi putti.
Anche le pareti laterali dell’altare sono coperte da stucchi, fra questi incorniciati emergono altri due piccoli affreschi, uno di questi raffigura le nozze di Maria, l’altro la fuga in Egitto.

LA CUPOLA E LA VOLTA A BOTTE SOPRA L’ALTARE MAGGIORE
Nel 1609 la chiesa poteva dirsi compiuta mancava ancora sopra l’altare maggiore, nel mezzo del transetto la cupola, anch’essa compresa nei disegni del Vignola.
Fu elevata nel 1620 da Giovanni Maria Benazzini, architetto di casa Farnese, nei quattro grandi pennacchi dipinti ad affresco, da Giuseppe Bastiani 1643 sono raffigurati i quattro evangelisti, Matteo, Giovanni, Marco, Luca, affiancati dai loro simboli: l’angelo, l’aquila, il leone,ed il bue.
Più in alto la cupola, nel cui tamburo quattro finestroni rettangolari scandiscono i restanti spazi dipinti a monocromo; qui angeli assorti in preghiera e decori floreali si alternano a festoni di frutta. Il tamburo termina con un ricco cornicione in stucco, mentre la volta della cupola all’esterno ottagonale presenta quattro immagini di Maria, assisa su di un trono marmoreo, ai lati del quale stanno seduti dei puttini, tutt’attorno corre una balaustra dipinta prospetticamente, alle spalle della vergine il cielo stellato. Queste pitture sono attribuite al pittore Nazareno Diotallevi da Ronciglione . Foto d’epoca rivelano delle originali vetrate piombate a piccoli rombi e quadrati nei vari finestroni della chiesa.
Un grazioso lanternario chiude l’elegante struttura. Nella parte centrale in stucco, è raffigurata la colomba dello Spirito Santo, che appare nel mezzo della raggiera.
Di epoca più tarda sono invece le pitture che ornano la volta a botte della navata e alcune pareti del transetto, attribuite al pittore Nazareno Diotallievi di Ronciglione 1799 . Questi dipinti non sono ad affresco tecnica che cadde in disuso alla fine del seicento, sostituita da più comode tecniche a secco, qui il pittore usò delle tempere; si spiegano così le numerose perdite di film pittorico dall’intonaco, cosa che non sarebbe mai accaduta in un affresco, dove il pigmento diviene parte integrante dell’intonaco.
Nella volta a botte è dipinta una finta apertura dove appare Maria Assunta in cielo, la Vergine è attorniata da nubi e angioletti, in alto si intravede l’occhio divino. Il tutto è circondato da numerosi finti stucchi dipinti, fra questi emergono da quattro oculi le figure dei dottori della Chiesa: S. Crisostomo, S. Ambrogio, S. Atanasio, e S. Agostino.
L’aula della chiesa è illuminata da tredici finestre rettangolari, sette nella navata, una nella parete destra del transetto, una sopra l’altare maggiore e quattro nel tamburo della cupola, nel lanternino infine ci sono otto aperture ad archetto.
Il pavimento è composto da piastrelle di terra cotta sistemate con un ordine geometricamente decorativo.
 
IL CORO E LA PALA DELVANDI
Alle spalle dell’altare maggiore, vi è il coro affrescato sia nella parete di fondo, sia nella volta a botte, dal senese Giovanni Francesco Vandi 1685.
L’affresco che si presenta frontalmente, narra di un evento miracoloso avvenuto il 29 settembre 1606 durante il sollevamento dell’antica cappelletta per portarla al piano del nuovo tempio sotto la direzione dell’architetto Ascanio Rosso di casa Farnese. Durante l’operazione cadde ma gli operai miracolosamente ne uscirono tutti completamente illesi e la miracolosa immagine della Vergine completamente intatta. Il pittore in maniera fantastica rievoca la scena; un pullulare di angeli sollevano i pesanti legni, liberando così gli uomini imprigionati sotto di essi, un angelo scaccia il demonio poiché responsabile dell’accaduto; mentre la Vergine con il Bambino vengono innalzati trionfalmente su delle nubi.
La pittura parietale è contornata da lodevoli stucchi in oro, questi creano motivi floreali, festoni di frutta e numerosi volti di cherubini. Al centro in alto, in un cartiglio, l’iscrizione che ricorda il miracolo:
RUINIS,  QUAS  DAEMON  PRAEPARAT,  VIRGO   UTITUR   AD   GLORIAS
(La Vergine si avvale delle rovine che il diavolo prepara, per la sua maggiore gloria) Il 29 settembre la chiesa festeggia gli Arcangeli Gabriele Raffaele e Michele nemico acerrimo del demonio.
Nella volta a botte sicuramente lo stesso autore rievoca prospetticamente un passo dell’Apocalisse di Giovanni, la Vergine Maria incoronata da dodici stelle sale verso l’alto; sotto i suoi piedi un quarto di luna ed il drago, in alto Dio Padre accoglie a braccia aperte la Vergine. Tutta la scena è invasa da angioletti e cherubini, in basso S. Giovanni con il libro aperto e l’aquila al suo fianco. Un tondo incornicia tutta la scena, attorniato da tanti altri personaggi fra i questi figure di santi e profeti.Nella parte che conclude la volta a botte, ai lati del finestrone centrale, è raffigurata una Annunciazione, l’autore è lo stesso della volta. A sinistra vi è Maria chinata, nella parte opposta l’arcangelo Gabriele. Numerosi personaggi e angeli sono risolti a monocromo, come tutta la decorazione che corre al di sopra del cornicione in stucco.
Il Coro è costituito da diciassette sedili in legno, decorati da cornici ed intagli, è presente anche un leggio del XVII secolo.
Concludo la descrizione di questo ricco tempio con un’opera del Pomarancio, al secolo Cristoforo Roncalli 1552-1626, che troviamo collocata sopra il portale d’ingresso. Si tratta dell’Estasi di S. Carlo Borromeo 1611, in abito cardinalizio, l’aspetto della sua figura è gelato nell’espressione della morte. Ai lati vi sono numerosi angeli.
Il VENTURI (vol. X, cap. VII, p. 798) menziona in Vallerano, alla chiesa del Ruscello una pala d’altare del Pomarancio, intendendo probabilmente questa opera.

Il MIRACOLO DEL 5 LUGLIO 1604
Ogni anno per il Cinque di luglio, anniversario del Miracolo della Madonna del Ruscello, d’innanzi alla facciata si disegna la cosiddetta "stella", un gentile omaggio alla Vergine stella del mare. Solitamente racchiusa in una forma circolare, è una composizione di disegni, anticamente delineati e colorati con petali o foglie di fiori ora sostituiti in parte con terre o con segatura colorata. La ricorrenza è salutata da campane che suonano a festa, collocate nei tre archi del grazioso campanile a vela che svetta elegante a lato della cupola.
Il 23 aprile 1993 il Cardinale Camillo Ruini, su  invito dell'allora  Vescovo Diocesano  Divo Zadi, si recò in visita al Santuario insieme a tutti i Vescovi della Conferenza Episcopale del Lazio. Scopo della visita fu l´ufficializzazione del riconoscimento della Madonna del Ruscello quale " Patrona dei donatori di sangue " per la regione Ecclesiastica del Lazio.
Alla maturazione dell´importante decisione dei Vescovi hanno concorso sia le circostanze eccezionali del  sanguinamento del labbro  della Madonna  ( avvenuto non  in risposta ad un  gesto di sfregio  o di incredulità, come sovente è accaduto in altri luoghi di culto,  bensì alla generosità  del parroco Don Vittore Petrucci desideroso di  restituire integrità all´affresco) sia la grande sensibilità degli abitanti di Vallerano nel campo della donazione di sangue. La locale sezione AVIS ( fondata nel 1982  dal gruppo UNITALSI, che ha sempre operato presso il Santuario ) è  infatti fin dalla sua nascita ai vertici della graduatoria nazionale di donazioni per numero di abitanti". 

 

IL DUCATO DI PARMA
Nel secolo XVII  Amsterdam diventa il principale centro della produzione di carte geografiche di atlanti e di mappamondi strappando questo primato alla rivale Anversa; la bottega di Willem J. Blaeu e di suo figlio Joan è la più importante della città.
Tra le opere della casa Blaeu spicca il Theatrum Orbis Terrarum sive Atlas Novus , edizione del 1655 in sei volumi quasi un intero volume è dedicato al nostro paese.Le tavole che lo compongono si rifanno all’opera del Maginil’Italia Nuova 1608, il primo geografo-cartografo italiano a potersi servire largamente delle fonti ufficiali.
Sulla base di queste preziose carte del Magini , i Bleau costruiscono, da veri artisti incisori, le loro tavole, ricchissime di particolari: il risultato è un’immagine estremamente precisa e suggestiva dell’Italia secentesca.
La Tavola 37 riguarda  la Campagna di Roma olim Latium -  Patrimonio S. Pietro et Sabina, e lo Stato del Duca di Parma che nel 1536 Pier Luigi Farnese dei Duchi di Parma e Piacenza ne ebbe possesso.
Nel 1645 entrò  a far parte del Ducato di Castro. Esiste un prezioso codice manoscritto custodito nell’archivio comunale col titolo “Statuta Vallerani” con firma autografa del duca Orazio Farnese del 1542. Questo fu il periodo di maggiore splendore in cui si identifica il paese, tanto che l’emblema civico  è rappresentato dal giglio farnesiano.
Il 5 luglio 1604 quando un piccolo rivolo di sangue sgorgò dal labbro di un dipinto della Vergine, fu gridato al miracolo e grazie al cardinale Odoardo Farnese vennero promossi i lavori per la costruzione della Chiesa della Madonna del Ruscello su disegno del Vignola, un barocco molto agile con facciata in peperino chiaro e mattoni su cui svetta una cupola, che ricorda Santa Maria degli Angeli, nel piazzale antistante una serie di antiche botteghe arricchisce la prospettiva già molto suggestiva.
Nella chiesa si può ammirare l’Organo Monumentale, costruito nel 1635 da G.C. Burzi di Parma notevolissimo organaro del tempo, suonato da Haendel 1709 mentre soggiornava dai Principi Ruspoli a Vignanello, arricchito di registri e canne in legno di particolare sonorità dal conterraneo Ercoli 1860, fino ad arrivare coi fratelli Priori 1864, a 33 registri. Pregiatissimo strumento d’epoca, ha la cassa lignea intarsiata come del resto la Cantoria il cui disegno è attribuito allo stesso architetto francese che ha fatto i Portali di Notre Dame di Parigi. La porta principale è anch’essa in legno, su cui sono scolpiti alcuni momenti della vita della Madonna, le figure dei Santi Andrea Apostolo e Vittore Martire patroni di Vallerano. All’interno vi sono tele del Lanfranco e del Pomarancio, affreschi del Vandi Bastiani e Menicucci.
Una lapide ricorda la visita del papa Benedetto XIII nel 1725. 

Modalità di accesso:

Accessibile a piedi o su ruota tramite strada asfaltata.

Indirizzo

Contatti

  • Telefono: 0761-753002

Ulteriori informazioni

Parroco: Don Claudio Fune

Messa solo la Domenica alle ore 11.30

 

 

Descrizione di Massimo Fornicoli e Ferdinando Sciarrini


Bibliografia essenziale  
ARCHIVIO Diocesano di Nepi, Sutri e Civitacastellana, Visite Pastorali.
ARCHIVIO di Stato di Viterbo, Archivio Storico Comunale di Vallerano, Notarile (1539 - 1900), Congregazione della Chiesa della Madonna del Ruscello, Opera Pia Madonna del Ruscello.
ARCHIVIO della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Lazio, Vallerano.
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Pagina aggiornata il 27/05/2024